REPORT RIACE 1972: LA VERITÀ SOMMERSA

Ci sono storie che non hanno bisogno di essere reinventate. Hanno solo bisogno di essere raccontate con attenzione. E quando lo si fa, rivelano da sole il loro mistero.

di DANIELA LA CAVA

Il ritrovamento del 16 agosto

È mezzogiorno del 16 agosto 1972 quando Stefano Mariottini, giovane sub romano in vacanza sulla costa ionica, si immerge nel mare di Riace Marina in prov. di Reggio Cal. per recuperare un polpo. Il mare è limpido, la visibilità eccezionale. A otto metri di profondità, però qualcosa interrompe la monotonia del fondale sabbioso. Cosa accade?

Nella seconda deposizione del 19 agosto, Mariottini ricostruisce così quel momento:

Durante un’immersione per il recupero di un polipo ho notato qualcosa che somigliava vagamente a un gomito e un braccio umano. (…) Sono sceso e ho scavato nella sabbia fino a scoprire la spalla e l’accenno dell’anca. (…) Durante lo scavo ho evidenziato una seconda statua, a circa un metro di distanza dalla prima. Ambedue le statue sembrano essere in metallo, probabilmente  in bronzo.”

Il primo pensiero del sub è quello di un corpo, poi la sabbia si apre e il bronzo rivela un volto: barba fluente, riccioli definiti, modellato pulito. La figura è distesa sul dorso, con le braccia aperte e una gamba leggermente avanzata.

Accanto, una seconda figura: coricata su un fianco, una gamba ripiegata, uno scudo sul braccio sinistro.

Nella prima deposizione del 17 agosto, Mariottini parla anche di altre forme semisepolte, di un insieme, di un “gruppo”.

“…un gruppo di statue presumibilmente in bronzo

Il mare, quel giorno, sembra restituire una scena complessa e non due semplici reperti isolati.

L’intervento della Soprintendenza

La notizia arriva alla Soprintendenza alle Antichità della Calabria. Il soprintendente è Giuseppe Foti, figura di riferimento dell’archeologia regionale. È lui a ricevere la deposizione. È lui a comprendere la portata della scoperta. Ed è lui a richiedere l’intervento del Nucleo Carabinieri Sommozzatori della Legione di Messina.

Da questo momento, la vicenda entra nella sua fase ufficiale.

Il recupero dei Carabinieri (21–23 agosto)

Tra il 21 e il 23 agosto 1972, i Carabinieri Sommozzatori operano nel tratto di mare davanti a Riace Marina. Il loro rapporto è tecnico, asciutto, dettagliato.

Le statue si trovano a circa 300 metri dalla costa, su un fondale di 8–10 metri.

La prima:

  • emerge quasi completamente dal fondale sabbioso,
  • è in posizione supina,
  • misura 2,06 metri,
  • pesa circa 400 kg.

La seconda:

  • dista 1,50 metri dalla prima,
  • è in posizione prona, con il volto rivolto verso il basso,
  • è completamente sommersa dalla sabbia,
  • ha le stesse dimensioni e lo stesso peso.

Entrambe, scrivono i Carabinieri, raffigurano due guerrieri. Su ciascun avambraccio sinistro è presente un bracciale per reggere lo scudo. E soprattutto:

Non è stato rinvenuto alcun altro reperto.”

Nessuna traccia di un gruppo. Nessun elemento accessorio. Nessuna delle forme semisepolte descritte da Mariottini.

Due scene che non coincidono, discrepanze che solamente un cittadino ha avuto il coraggio di denunciare pubblicamente con segnalazioni e volumi: Giuseppe Braghò. Ma cosa accadde dopo?

Le statue recuperate dai Carabinieri sono pesantemente incrostate, segnate da secoli di sedimenti. I volti sono difficili da leggere. Gli scudi non ci sono. Il modellato non è “pulito”. E non emergono nitide dal fondale.

Le statue viste da Mariottini, invece, appaiono:

  • nitide,
  • leggibili,
  • con barba fluente,
  • con braccia aperte,
  • con uno scudo,
  • parte di un insieme più ampio.

Due descrizioni. Due momenti. Due scene che non coincidono.

Non è un’accusa. Non è un sospetto. È una discrepanza documentaria.

Il punto cieco della storia

Da cinquant’anni, la discussione pubblica si concentra su altro: chi fossero quei guerrieri, da dove venissero, quale maestro li abbia forgiati. Si sono costruite ipotesi, attribuzioni, identità. Si è cercato di dare un nome a quei volti.

Ma la verità più semplice — quella che riguarda il loro ritrovamento — non è mai stata davvero indagata fino in fondo dalle autorità, perché tra tra ciò che Mariottini vide il 16 agosto e ciò che fu recuperato tra il 21 e il 23 agosto c’è uno spazio, uno spazio piccolo, ma reale. Uno spazio fatto di silenzi, di omissioni, di dettagli che non coincidono.

Non è uno scandalo! Non è un mistero da romanzo! È un fatto!

E i fatti, quando non coincidono, non chiedono clamore ma  chiedono attenzione.

Forse, un giorno, qualcuno tornerà a guardare quei documenti con occhi nuovi. Non per cercare nomi o identità. Ma per capire cosa accadde davvero in quei giorni d’estate, quando un sub vide un gomito che sembrava umano e il mare, per un istante, decise di restituire qualcosa.

Fino ad allora, resta una domanda sospesa:

abbiamo davvero cercato la verità, o ci siamo accontentati della storia più comoda da raccontare?