L’ODISSEA SECONDO NOLAN: UN KOLOSSAL SPETTACOLARE CHE TRADISCE IL MITO

Una rivisitazione grandiosa e visivamente potente, ma lontana dalla fedeltà omerica: dèi spogliati dei loro simboli, eroi reinventati, luoghi stravolti e figure femminili ridimensionate. Un film che affascina, ma che dell’Odissea conserva solo il nome.

di DANIELA LA CAVA

Da secoli l’umanità tramanda la storia de “l’uomo dal sagace ingegno che a lungo errò”, celebrato per astuzia, bellezza e intelligenza al punto da essere paragonato a un dio che Omero definisce con vari  epiteti che scolpiscono un eroe complesso, luminoso, irripetibile.

Ulisse, l’uomo che ha fatto sognare generazioni, attraversando canti di aedi, manoscritti, biblioteche, cinema e immaginari collettivi. Un nome che è diventato cultura, radice, mito.

Ed è naturale pensare che l’Odisseo proposto da Christopher Nolan nel suo discusso kolossal L’Odissea, interpretato da Matt Damon, voglia rendere omaggio a quella figura titanica: l’ideatore del cavallo di Troia, il ladro del Palladio, la sacra statua di della dea Pallade Athena che proteggeva Troia, il condottiero che sfidò gli dèi con la sola forza dell’ingegno. L’uomo che vinse mostri, tentazioni, inganni, e che tornò a Itaca dopo aver superato ogni limite umano.

Ma il film, acclamato nelle sale, non spopola per la fedeltà al poema: spopola per il cast. E qui iniziano i contrasti.

Tom Holland è un Telemaco brillante, quasi più protagonista del padre. Zendaya, nel ruolo di Atena, appare come un’ombra lontana dalla dea guerriera che Omero descrive: niente egida, niente elmo, niente peplo, niente luce divina. Una figura spogliata dei suoi simboli, ridotta a una presenza silenziosa, quasi estranea alla trama. Una dea che non guida, non protegge, non ispira: semplicemente non c’è.

Il colpo più sorprendente arriva con Elena, interpretata da Lupita Nyong’o. Nel poema, Telemaco entra nella reggia di Menelao e trova una corte regale, una coppia sovrana, una Elena dalla bellezza sovrumana, luminosa, causa e simbolo della guerra. Nel film, invece, la scena si spezza: la reggia sembra una taverna, Menelao perde la sua regalità, e la figura di Elena non conserva alcun tratto iconografico della regina di Sparta. Non c’è eleganza, non c’è aura, non c’è la bellezza o la magnificenza che Omero le attribuisce. Il personaggio appare reinventato, ma non elevato: semplicemente sradicato dal mito.

E non è l’unico strappo. Fra i tanti  l’esercito di Ulisse, descritto come composto dagli uomini di Itaca, che viene rappresentato con caratteristiche lontane dalla realtà storica dell’epoca. In un mondo privo di globalizzazione, ogni popolo si distingueva per abiti, acconciature, accessori, tradizioni. Nel film, invece, tutto si mescola, tutto si confonde, tutto si appiattisce.

Nolan sembra aver confuso Ulisse con il Gladiatore: la sua Odissea diventa un viaggio di vendetta, non di ingegno e le figure femminili, centrali nel poema, vengono ridimensionate.

Calipso, interpretata da Charlize Theron, perde la sua immortalità luminosa e appare come una naufraga vestita di stracci, legata al fiore di loto. Circe, la dea dalle belle trecce che vive in un palazzo splendente, diventa una donna di mezza età dall’aspetto dimesso, più simile a una guaritrice solitaria che a una divinità. Persino Penelope, magistralmente interpretata da Anne Hathaway, non riceve lo spazio necessario per mostrare le sue astuzie, la sua fermezza, la sua intelligenza silenziosa.

Poi arrivano i Lestrigoni: giganti in armature medievali, quasi robotici, lontani anni luce dalla tradizione mitica. E la Rocca di Scilla, unico luogo reale dell’Odissea ancora visitabile, viene ignorata: il celebre mostro marino appare altrove, in un paesaggio che non appartiene né alla Calabria né al mito.

Così L’Odissea di Nolan diventa un kolossal spettacolare, ricco di azione, tensione e colpi di scena, ma della vera Odissea conserva solo la superficie.

Dall’inganno del cavallo di Troia al finale inatteso, tutto è reinventato, tutto è riscritto, tutto è hollywoodiano.

Attenzione, studenti: ciò che vedete nella pellicola non è Omero. Non è il poema che da secoli appassiona generazioni, artisti e scrittori. È una libera reinterpretazione, un racconto nuovo, un’altra storia.

Bella, forse. Ma non l’Odissea.