GROTTA DEL ROMITO: ALLE ORIGINI DELLA STORIA

In una Calabria primordiale, dove l’arte rupestre dialoga con la vita e la morte, la Grotta del Romito custodisce uno dei più antichi racconti dell’umanità: sepolture, incisioni sacre e tracce di un mondo che precede la memoria stessa.

di DANIELA LA CAVA

Se riavvolgessimo il nastro della storia e, dal periodo contemporaneo, tornassimo indietro epoca dopo epoca, dinastia dopo dinastia, oltre i limiti documentati dalla storiografia ufficiale, ci ritroveremmo in una terra generosa e fertile, ricca di testimonianze antichissime. La Calabria, anche su questo fronte, vanta primati straordinari come la leggendaria Pietra Cappa, in Aspromonte, il più alto monolite d’Europa, il misterioso “Elefante di pietra” della Sila, nella piana di Campana e i maestosi Megaliti di Nardodipace nelle Serre Vibonesi.

Esiste però un primato, ancora più antico e sorprendentemente attuale, per un homo sapiens del Neolitico, una suprema espressione artistica primordiale realizzata all’esterno di una grotta sepolcrale nel cuore all’interno dell’area protetta del parco Nazionale del Pollino, nel comune di Papasidero in provincia di Cosenza: la Grotta del Romito.

Anche se il termine “Romito” prende il nome dai monaci eremiti che abitarono la cavità in epoca medievale, la storia del sito affonda le radici in un tempo immensamente più remoto.

Nel Paleolitico infatti, la grotta era una grande caverna con più accessi, inserita in un territorio completamente diverso da quello attuale, con l’avvento del Mesolitico e poi con il Neolitico, il clima cambiò e le comunità abbandonarono la vita nomade per stabilirsi in aree ricche sia di selvaggina come cervi, bovini, caprini che di risorse minerarie, tra cui l’ossidiana, dura e tagliente, impiegata dai nostri progenitori per la costruzione di utensili da caccia e da lavoro. Un cambiamento radicale che favorirà l’evoluzione inarrestabile dell’homo sapiens. Ma scopriamo cosa ci racconta questo luogo dei nostri progenitori.

La Grotta del Romito non fu utilizzata solo come rifugio ma anche un luogo di sepoltura, il cui rituale prevedeva la realizzazione di cavità nel terreno di forma rigorosamente ovale. All’interno di questi perimetri, i Sapiens deponevano i defunti nel terreno, ricoprendoli con grandi pietre disposte su tre livelli. Questo rito svolgeva una duplice funzione, commemorare e proteggere! Infatti la sovrapposizione di più livelli di pietre in un punto scavato nel terreno, preservava i corpi perché impediva che gli animali necrofagi potessero profanarli. Al termine della stratificazione, una grande pietra veniva posta a segnalare la presenza tombale.

Gli studi scientifici e antropologici hanno rivelato dettagli sorprendenti: l’altezza media degli individui poteva raggiungere anche il 1,70 di altezza, una caratteristica notevole per l’epoca.

Fra tutte le sepolture presenti, rigorosamente deposti supini, con le braccia lungo i fianchi o incrociate sul petto, secondo un rituale già codificato, la più suggestiva è rappresentata da una tomba bisoma, contenente i resti di una donna di quasi 30 anni, età media per l’epoca, che giace insieme al figlio, la cui età oscillerebbe tra i 15 e i 20 anni. Il giovane è ben riconoscibile da una statura insolitamente ridotta degli arti, causata una malattia genetica che impediva lo sviluppo osseo, patologia stranamente presente ancora oggi.

La cura nella deposizione delle salme simbolicamente composta con la testa del giovane uomo, appoggiata sulla spalla sinistra della madre e il braccio sinistro della madre che cinge il figlio in un abbraccio immortale, sembra voler inneggiare all’eternità dell’amore materno. Un altro dato importante ci viene fornito dall’ubicazione delle salme e dall’esile corredo funerario, volto a indicare il ruolo importante che, le persone sepolte nel sito, dovevano aver ricoperto all’interno della comunità.

Il sito è oggi straordinariamente ben custodito e valorizzato, grazie anche alla competenza, preparazione e passione delle guide turistiche locali e alla loro capacità di narrare, unita alla profonda conoscenza del territorio, che rende ogni visita un viaggio emozionante e colto. Un ‘area archeologica ancora in fase di studio, resa possibile anche grazie ai proprietari del terreno che, negli anni ’60, notarono per primi il celebre graffito affiorante dalla roccia e, riconoscendone il valore storico inestimabile, segnalarono la scoperta alle autorità, mantenendo sempre un ruolo attivo nella concessione di autorizzazioni e tutto ciò che poteva agevolare la continuazione degli studi sul territorio.

In questa scoperta inaspettata si insinua naturalmente la figura dei proff. Paolo Graziosi, che avviò le campagne di scavo iniziate nel 1961 fino al 1968, in collaborazione con il Centro Studi di Protostoria e Preistoria di Firenze.

Graziosi con i suoi portò così alla luce il graffito completo e sei sepolture. In totale, nel sito sono state individuate nove persone, e ulteriori scavi potrebbero rivelarne altre.

L’attrazione più celebre della Grotta del Romito però non è rappresentata di graffiti ancora codificati, dai resti ossei o dalla bellezza indescrivibile della grotta cosparsa di stalattiti e stalagmiti, ma è stata resa immortale grazie ad un’immagine, un’incisione rupestre raffigurante un Bos primigenius, chiamato anche Uro, un antenato del moderno bovino. Esemplare imponente, alto circa due metri ed estremamente aggressivo. La sua presenza in un contesto sepolcrale non è casuale: testimonia il valore sacrale che per la comunità paleolitica attribuiva a questa creatura, un uro rappresentava cibo, pelle, utensili ricavati da corna e ossa. Era una risorsa totale, un simbolo di forza e sopravvivenza.

L’originale è ancora oggi visibile nel sito, esattamente nel punto in cui fu inciso 12.000 anni fa, un privilegio rarissimo nel panorama dell’arte rupestre europea.

Una copia identica, realizzata con altissima fedeltà, è invece esposta al MArRC – Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, dove può essere osservata da vicino senza rischi per la conservazione del reperto autentico.

Il graffito, inciso con una precisione straordinaria, è uno dei più importanti dell’arte rupestre europea e costituisce un documento unico della sensibilità artistica e spirituale dei nostri antenati.

Molti dei reperti rinvenuti nella Grotta del Romito — strumenti litici, resti faunistici, materiali di vita quotidiana — sono oggi esposti al MArRC, lo stesso museo che ospita i celebri Bronzi di Riace. Il MArRC non è soltanto un tempio della classicità: vanta un’area preistorica di altissimo valore, ricca di materiali provenienti da tutta la Calabria antica. Una sezione che meriterebbe un articolo a sé, tanto è ampia, rigorosa e sorprendente.

Invito tutti a scoprire questi tesori straordinari, e allo stesso tempo invito le amministrazioni a rendere la viabilità più sicura, sia per i turisti che per gli abitanti del luogo: un patrimonio così prezioso merita di essere raggiunto in condizioni adeguate, senza rischi e senza disagi.