Da giorni l’Italia è ferma per gli scioperi, portati avanti al Sud dalle categorie degli agricoltori e degli autotrasportatori e al Nord dagli studenti liceali e universitari, scesi in piazza per protestare contro l’aumento dei prezzi della benzina e dei beni di prima necessità. Tutto ciò nel silenzio assordante dei media nazionali e nell’indifferenza della quasi totalità del mondo politico e istituzionale.
Unica grande eccezione si è rilevato il Partito Democratico, impegnato in questo periodo con l’Assemblea nazionale, tenutasi il 18 ottobre a Roma e che ha visto la segretaria Elly Schlein veder allungato il suo mandato fino alle elezioni politiche, che si terranno nel 2027, ed essere nominata candidata del partito come leader della coalizione di centrosinistra che si accinge a sfidare il Governo Meloni in carica.
Nel corso dell’assemblea, subito dopo il discorso della segretaria, il presidente del PD, l’eurodeputato Stefano Bonaccini, ha deciso di dar voce anche ai lavoratori in lotta, quali agricoltori e autotrasportatori. Questi ultimi in particolare sono stati rappresentati dal sidernese Francesco Catalano, autotrasportatore che si trovava al presidio organizzato dalla Federlog (sigla di categoria del comparto logistico) a Grotteria Mare, dove era giunta una delegazione del partito per portare solidarietà e ascoltare le ragioni e le richieste degli scioperanti. In essa era presente la sindaca di Siderno, Mariateresa Fragomeni, la quale è anche delegata all’assemblea partitica; d’accordo con il senatore Nicola Irto, segretario regionale del Partito Democratico calabrese, ha voluto invitare Catalano a Roma per esporre ai delegati il grido di dolore della propria categoria lavorativa.
Riconoscente per l’attenzione e l’invito, Francesco Catalano ha accettato ed è intervenuto dinanzi ai delegati, iniziando a raccontare la crisi insostenibile del settore logistico e la vergognosa censura delle notizie sugli scioperi dalle televisioni nazionali. Dopodiché ha elencato in tre punti in cosa consistono le enormi difficoltà che incontrano gli autotrasportatori oggi: il primo riguarda le accise sul carburante, che oggi sono a 0,60 centesimi, avendo fatto aumentare il gasolio a 2,20 centesimi e l’imponibile a 1,80 euro, venendo quindi meno la promessa di Meloni della loro totale abolizione. Oltre a ciò, dalla crisi petrolifera dovuta alla chiusura dello stretto di Hormuz, gli autotrasportatori sono passati da un regime di 21 centesimi fissi ad uno dimezzato, oltre a dover affrontare le accise mobili che non danno loro nessuna certezza quando fanno rifornimento di carburante.
Il secondo punto verte sul credito d’imposta, introdotto nel marzo del 2026, fino al 70% del maggior costo del gasolio rispetto al periodo della crisi di Hormuz, le cui domande sono state tutte presentate ed accettate in tempo, ma la cui liquidità non è mai stata erogata dal mese di marzo fino a quello di agosto.
La terza questione è la clausola del full surchange, un meccanismo che adegua il prezzo del trasporto all’andamento del costo del carburante, giudicato miope e irrealistico dagli autotrasportatori meridionali, titolari di piccole imprese che sono penalizzate dal loro minor potere contrattuale (al contrario dei loro colleghi del Nord), in quando se applicassero questa clausola perderebbero i grossi clienti.
A fronte di questi tre problemi, Francesco Catalano, a nome degli autotrasportatori, avanza tre richieste: un sistema stabile con un prezzo del carburante fisso oppure entro una forchetta stabilita, adeguata a chi lavora nel comparto logistico; l’attivazione dell’Osservatorio sul trasporto e sugli squilibri commerciali, in quando pur fatturando ogni 15 (per le fatture) e ogni 30 del mese (per le buste paga), gli autotrasportatori vengono obbligati dai clienti più grossi a fatturare a 60, 90 o 120 giorni, nell’ambito di un sistema di grande distribuzione dai ritmi sempre più frenetici e veloci; il miglioramento delle stazioni di servizio autostradali, in quanto molti camionisti che sono in viaggio per settimane spesso usufruiscono di bagni fatiscenti o non possono avere stanze da doccia.
Infine l’accorato appello rivolto ai delegati democratici:
«Noi vi chiediamo semplicemente di uscire dai palazzi come avete fatto ieri [17 ottobre, ndr], di mettere i piedi nella realtà. Noi vogliamo contribuire al destino del nostro Paese semplicemente lavorando, non lavorando a perdere. Ho iniziato a dire che oggi sono qui un po’ per caso; ripensandoci forse non è così. Meno di 24 ore fa eravamo in strada a protestare: una delegazione politica, in questo caso del Partito Democratico, che ringrazio ancora, è venuta ad ascoltare la nostra voce. Oggi siamo qui a farla sentire ancóra più forte. Domani, spero, qualcuno di voi porterà la nostra voce in Parlamento. […] Tutti insieme, dalla strada a questa sala, abbiamo fatto politica. Quindi questo vi chiediamo, ancora di più in questa situazione drammatica e in questo anno elettorale. Fate politica!»
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